Geogoo (Info Park) (italian only)

Nel corso della sua storia, l’uomo ha tracciato sulla mappa del mondo forme, disegni, bizzarre geometrie. Da Nazca ai cerchi nel grano, dai piani urbanistici (si pensi a Washington) alle sagome di piazze e edifici, questi segni, carichi di simbologie mistiche ed esoteriche, sono l’alfabeto di un dialogo con un altro che raramente coincide con chi calpesta quei sentieri e con chi vive quei luoghi. L’uomo può pensarli, ma chi li vede? Dio, certo. Oppure l’uomo del futuro che manipola tecnologie affascinanti come Google Earth e Google Maps, la cui missione è “costruire un mondo allo specchio, una replica del mondo”, accessibile a tutti. Il geohacker è il flaneur del nuovo millennio, ed è, nel contempo, la nuova release dell’occhio di Dio. La sua deriva non ha limiti.
Su questi temi lavora Geo Goo, l’ultimo progetto del duo belga-olandese JODI (Joan Heemskerk e Dirk Paesmans). Jodi parte da una verifica molto locale, esplorando le implicazioni massoniche della geometria del Parc Royal di Bruxelles, costruito sulla forma del compasso (cerchio più triangolo). La sua verifica si svolge sia al livello del terreno, nelle forme tipiche dell’esplorazione psicogeografica, raccogliendo mappe, scoprendo analogie tra le forme, e lasciandosi alle spalle nuovi segni (come quello tracciato col chewing-gum sui muri di Dortrecht, e documentato nel booklet che accompagna il progetto); sia a quello della geolocalizzazione satellitare, attraverso un portentoso hacking di Google Maps che parte da Bruxelles per estendersi, in una serie di iterazioni, sull’intera mappa del mondo: rilevando e evidenziando geometrie analoghe, o servendosi di oceani e continenti come di una tela su cui tracciare i suoi segni e le sue geometrie.
Il progetto, nato in rete (geogoo.net) è stato lanciato con un’installazione mozzafiato all’iMAL di Bruxelles, efficace dimostrazione della straordinaria abilità degli autori nel muoversi tra piattaforme diverse. Mentre i loro graffiti geospaziali invadono le pareti, lo spazio espositivo si popola di oggetti che ne completano l’enigma: un plastico del parco, un tavolo triangolare su cui sono disposti 3 giradischi (cerchio + triangolo), un video verticale in cui le icone antropomorfe di Google Maps prendono vita in forma di inquietanti manichini senza occhi e senza volto. L’overload informativo si traduce in una valanga di codici e di simboli, non tutti decodificabili; e lo spazio dell’iMAL si trasforma in una sorta di officina metafisica, popolata di mappe, simboli e forme geometriche. Se non riusciamo a penetrare l’enigma, possiamo sempre contemplarne la bellezza, e prendere atto che i nuovi depositari del mistero sono coloro che, come Jodi, sono in grado di penetrare l’interfaccia della realtà, manipolarne i codici e rivoltarla come un guanto per mostrarcene la struttura informativa.
By Domenico Quaranta
From “Flash Art”, Issue 273, December – January 2009, p. 36
JODI